La tecnica edilizia con cui fu costruito il castello.

La costruzione pianificata presenta all’esterno una tecnica edilizia costante: pietra da taglio lavorata a regola d’arte per tutti gli stipiti delle aperture, per gli archi ogivali delle porte, per gli angoli della fabbrica, per il cornicione sotto il cammino di ronda; il resto della muratura è ad opera incerta, realizzata però con pietra che ha subito un primo dirozzamento, il che la differenzia dalla muratura a ciottoli irregolari dei resti della torre pentagonale. L’aspetto, anche per la scarpa e la posizione preminente, è maestoso in particolare da lato sud prospiciente l’antico borgo murato, del quale si può ancora seguire la cinta nei limiti delle tortuose strade medioevali.

L’architettura del castello è severa, ma non priva d’intelligenza ordinatrice nelle proporzioni, nella stereometria, nella regolarità con cui s’inseriscono nel muro grezzo gli elementi funzionali. L’assenza o la discrezione di caratteri ornamentali negli stessi subordina il loro rilievo, scandito in blocchi di pietra da taglio contro il fondo amorfo, al senso ritmico che lesene e modanature vengono ad assumere nell’architettura programmata.  Si nota la presenza dell’architetto che volle edificare un palazzo imponente dove il gotico venisse a perdere ogni carattere lezioso.

Le finestre semplicissime ad aperture quadre, le porte appena ornate dall’ogiva e in quelle di rappresentanza da una modanatura che ne rilevi ad aggetto la trabeazione. La recinzione è ben marcata dal cornicione terminale.

Vi è in questo monumento una severità austera di forme che lo allontana decisamentedal gotico fiorito e dalle sue  correnti, in Sicilia d’importazione, tanto catalane che durazzesche. Come ripeteremo anche a proposito dell’interno del castello, parrebbe che l’architetto dell’aragonese si sia collegato in quest’opera al passato, cioè ad una concezione razionale e stereometrica, tanto da apparentare questa fabbrica nello spirito (non certamente nella forma, salvo nella cappella) alla tradizione intellettuale lasciata nell’isola dalle maestranze arabe.

 

La suddivisione degli ambienti interni del castello.

L’ingresso principale come si è detto è quello nord dal quale si penetra direttamente nella corte. Lo spazio interno è leggibile nelle sue suddivisioni funzionali. La corte era divisa in due sezioni  (una privata del sovrano, l’altra per il seguito civile) separate da un muro con portale ogivale. Oggi esso è crollato, si osservano i suoi resti che partono dallo sprone roccioso del castello superiore e vengono a terminare contro la cappella (dado cubico di m.5 per lato piazzato al centro dell’ala sud) all’altezza del muro absidale.

L’ala ovest, alla destra di chi entra dal grande portale, era quindi quella destinata ad accogliere il seguito del sovrano ed i servizi, ad esclusione delle prime due stanze a sud, collegate (lo si osserva nell’analogia di taglio e decorazione) all’appartamento reale di rappresentanza.

 

L’ipotesi dei due piani. Lungo tutta l’estensione restante l’ala ovest era a due piani, con gli ambienti del piano superiore che ricevevano luce attraverso nove aperture dal cortile e attraverso tre dall’esterno. Si osservano nei muri i fori di appoggio della trabeazione, una fila sotto le finestre del secondo piano ed un’altra più o meno all’attuale livello di calpestio, che servivano di posa al solaio di separazione fra il piano nobile e gli ambienti militari inferiori illuminati dalle sole feritoie.

Questi ambienti sono oggi completamente interrati dopo l’asporto, avvenuto nei primi del secolo scorso, di ogni pezzo di materiale recuperabile (non è rimasta una scheggia di legno superstite in tutta la fabbrica), pertanto all’interno si scorgono soltanto le punte superiori delle feritoie rimaste aperte per lo sfogo dell’acqua piovana.

Le finestre tanto del primo che in parte del secondo piano sono lavorate con cura quanto quelle dell’appartamento reale dalle quali si distinguono solo per misura. Incorniciate da una semplice riquadratura in pietra da taglio all’esterno, esse dal lato interno hanno un modello più ornato, da palazzo, secondo la tradizione medievale e federiciana; si strombano nel grosso del muro fiancheggiate da sedili, con due gradoni per renderne agevole l’accesso, in alto chiuse da un arco ribassato di tipo catalano.

Questo corpo dell’ala ovest è funzionalmente omogeneo, parrebbe destinato ai familiari della corte, comunica attraverso un arcone cogli appartamenti di rappresentanza a sud, con due bei portali ogivali col cortile e con un altro portale ogivale, oggi murato, con l’esterno. Verso nord si allaccia ai servizi raccolti negli ultimi due ambienti secondo la tradizione destinati a carcere.  Si tratta di spazi più suddivisi di quelli percorsi finora, che terminavano in uno stanzone oscuro dalla volta a botte. Al piano superiore, invece, l’accesso alle ultime due stanze verso nord era dato da una porta con stipiti intagliati in un compatto calcare grigio ferro. Questa porta simile ad un’altra della sala maggiore sono un’eccezione tanto per il materiale nobile adoprato che per la forma catalana piò ornata. In questa porta la riquadratura è realizzata con tre blocchi per lato oltre ad uno che funge da architrave.  I blocchi di base sono dei parallelepipedi semplici sviluppati in altezza, quelli centrali dei parallelepipedi quasi cubici che arrestano con funzione di dado la spinta dei due blocchi superiori a forma di mensole con archetto agli angoli interni, e l’architrave innestandosi su questi offre un compromesso di tipo catalano (tra una forma gotica trilobata ed una rettilinea) mediante la mozzatura dell’ipotetica cuspide superiore.

La bellezza del modello si definisce nella precisione e simmetria della lavorazione,  semplice gioco di solidi che si addice al temperamento dell’architetto del palazzo e che conferma la datazione precedente al 1300, come si desume da qualche suggerimento stilistico.

 

L’appartamento di rappresentanza del re occupa l’ala sud del palazzo e l’ambiente adiacente alla camera d’angolo dell’ala ovest.  Anche negli elementi per solito di collocazione casuale in fabbriche militari si rilevano invece rispondenze simmetriche le quali rimandano alla pianificazione un tantino fredda, diremmo quasi da lottizzazione dello spazio disponibile secondo criteri razionalistici ed economici che abbiamo osservato nel progettista del castello. Ad esempio le due camere d’angolo dell’ala sud, pur distanti fra loro, oltre ai due finestroni verso l’esterno sui fronti contigui hanno entrambe ricavato nel grosso del muro un altro vano con volta ad arco ribassato, destinato a latrina.

Questo appartamento reale di rappresentanza si compone, percorrendolo da est ad ovest, dei seguenti ambienti.  Una camera d’angolo con due finestroni e latrina, un’altra camera con finestrone singolo, un ingresso con grande portale, che dava, secondo la relazione Speranza del 1802, su uno scalone esterno a doppia rampa con soggetta che nobilitava in senso barocco l’accesso del castello verso il paese dominato dal suo signore feudale, ma oggi tutto è scomparso.

Segue la sala maggiore con cinque finestre a sud, due portali ogivali a nord verso la corte ed un altro di accesso alla cappella reale. Questa sala era il nodo centrale dell’edificio attraverso la quale si collegavano i due settori del palazzo: quello privato ad est e quello del seguito ad ovest; i due portali esterni danno infatti sui due distinti cortili di si è detto.

Spogliata da ogni elemento decorativo, sventrata ed interrata non è più il caso di proporre una restituzione ipotetica, piuttosto si cede alla malinconia della rovina occorsa, purtroppo, fra la fine del 1800 e i primi del 1900.

Nel pavimento della sala trova posto una cisterna in cui la tradizione locale vuol scorgere l’immancabile trabocchetto e le leggende sanguinose ad esso collegate. Ad ovest una piccola porta la collega con la camera ad angolo. Questa porta è la seconda eccezione del palazzo tanto per il materiale impiegato che per la forma della copertura. E’ un’altra forma catalana di arco a due volute raccordate in una punta centrale.

 

Gli appartamenti privati del re restano nell’ala est, molto più corta delle precedenti in quanto innestatesi dopo poco al massiccio centrale. Sono quattro ambienti pressoché analoghi, salvo quello a nord più schiacciato contro la roccia e con finestra meno monumentale, gli altri tre hanno tutti il finestrone d’onore e tutti e quattro si aprono alla corte privata mediante un portale ogivale del tipo architravato descritto, il che conferisce allo spazio più angusto della corte interna un maggior raccoglimento decorativo, appropriato alla vita meno austera che il signore vi doveva condurre.

 

La Cappella reale.

Resta da parlare della cappella, l’elemento più conservato e più straordinario dell’intero castello.  Sono passati i tempi dell’empietà di Federico II svevo il quale non usava dotare di luoghi di culto i suoi tanti castelli; invece l’aragonese fa costruire al centro planimetrico del suo palazzo un apposito santuario, collegato con la sala maggiore ed il cortile principale. E’ questo un cubo di m. 5 per lato addossato alla grande sala dell’ala sud. La parte anteriore della cappella, oltre l’arcone trionfale è crollata, terminava, come ricorda padre Nino Mobilia, con un portale sormontato da timpano; successivamente fu affrescata e ornata di un nuovo portale sul prospetto.

La navatina crollata a cui si addossava era certamente trecentesca come si osserva negli stipiti del portale laterale, ad arco ogivale architravato come quello superstite del santuario e gli altri del castello. La tradizione brasiliana arabo-normanna riverbera ancora in questo santuario fin dall’esterno.

Lo si osserva nella perfetta geometria cubica dell’impianto, nella prominenza a cupola ribassata; e se non fosse per il portale ogivale sul fianco, tipicamente trecentesco, analogo agli altri del castello, si potrebbe agevolmente retrodatarlo di un secolo al 1100.

Questa impressione aumenta ancora nell’interno triabsidato (le due absidi laterali son scavate a nicchia nel grosso del muro secondo una tecnica frequente negli impianti minori normanni), sul fianco esterno è ricavato nel muro pure un tipico armadietto ogivale, di fronte vi è il portale d’onore che immette nella sala maggiore del palazzo.

Magnifico il raccordo della cupola ribassata con archetti angolari progressivamente aggettanti, nei quali pare si tramandi la tecnica costruttiva araba, formanti inoltre un ottagono sul quale è girata la cupola; ed elemento singolarissimo una nicchia ad ogiva trilobata al centro dell’abside maggiore, residuo pur essa di tradizioni orientali che si perpetuavano lungo il trecento siciliano.

D’altronde, le indiscutibili fonti storiche relative a Federico d’Atagona, l’omogeneità dei portali a ogiva trecentesca tanto nel castello che nella cappella, la leggenda riportata dal Fazello della sepoltura nella cappella di “Mons Albanus, in sacello arcis ab omnibus visitur” del medico Arnaldo di Villanova che avvenne nel 1311, confermano che anche la cappella ha una datazione precedente al 1302-1311.

La cappella è un singolare esempio di persistenza di alcune forme e tecniche greco-bizantine, ma abbandona quella tradizione nel particolare dell’arcone trionfale a pieno centro sorretto da due capitelli a mensole, che è simile all’elemento formale riscontrato sul cornicione del castello, e consente, ancora una volta, di ricollegare i pochi elementi disponibili da un particolare all’altro del castello, che pertanto appare quale una delle opere di progettazione e realizzazione più unitarie del medioevo siciliano.